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jueves, 9 de febrero de 2012
miércoles, 8 de febrero de 2012
jueves, 26 de enero de 2012
miércoles, 18 de enero de 2012
Facebook, dunque sono
Facebook, dunque sono
Nel 1901 Émile Zola pronunciò la famosa frase: «Secondo me non si può dire di aver veramente visto una cosa finché non la si è fotografata». Oggi circola una battuta analoga: «Se la cosa non è stata pubblicata su Facebook, non è avvenuta». Chi utilizza Facebook, ha molti «amici» sul social network e vi accede parecchie volte al giorno, tende a percepire il mondo inmodo diverso. Siamo sempre più attenti all’impressione che darà di noi una foto su Facebook, all’aggiornamento del nostro profilo o a collegarci.
Mentre scrivo questo articolo in un caffè americano, posso accedere a Foursquare — il social network che permette di condividere la propria posizione geografica —, riportare su Twitter una battuta spiritosa sentita al tavolo accanto e scattare un’interessante fotografia della perfetta schiuma che aleggia sulla superficie del mio cappuccino. È facile: con il mio telefono posso fare in pochi minuti tutto questo e molto altro. E, soprattutto, le mie iniziative avranno un pubblico. Centinaia delle persone a cui sono più vicino le vedranno e qualcuno risponderà con commenti e con un «mi piace».
Mi sono abituato così a vedere il mondo in termini di quello che posso pubblicare (o non pubblicare) in Internet. Ho imparato a vivere e a presentare una vita che possa piacere. Molti hanno criticato Facebook perché trasforma la bellezza non quantificabile dell’esperienza umana in qualcosa che si possa inserire in un database, o perché abusa di quel database per procurarsi profitti favolosi. Sono critiche valide, ma la mia preoccupazione è che il vero potere dei social media sia quello di insinuarsi dentro di noi, cambiando il modo in cui la nostra coscienza percepisce il mondo, anche quando siamo disconnessi.
La fotografia di cui parlava Zola è stata inventata circa 150 anni fa e le nuove possibilità che ha aperto hanno fatto scalpore ovunque: potevamo documentare in modo nuovo noi stessi e il nostro mondo conmaggior dettaglio e in forma assai più duratura. Oggi i social media forniscono anch’essi un sistema nuovo, di ambito più largamente sociale, di documentare noi stessi, la vita e ilmondo. Mai prima d’ora era stato possibile registrare e mostrare a tutti i nostri amici un flusso di foto, pensieri e opinioni con questa intensità e facilità. Il potere di trasformazione dei social media è sicuramente di portata e significato simile all’invenzione della fotografia.
Il fotografo sa bene che dopo aver fatto molti scatti acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare con la logica della macchina fotografica, in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata dimano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico.
Oggi c’è il pericolo di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?
Pensate a una volta in cui avete fatto un viaggio con una macchina fotografica in mano e poi a un’altra in cui non l’avevate. L’esperienza è leggermente diversa. Abbiamo un rapporto diverso con la realtà quando non dobbiamo curarci di documentarla.
Oggi i social media ci mettono nella condizione di essere sempre in viaggio con la macchina fotografica in mano (metaforicamente e spesso letteralmente), di essere sempre in grado di documentare. Ultimamente, assistendo a spettacoli di musica dal vivo, ho notato che sempre più spesso la gente si distrae dallo spettacolo perché vuole scattare foto e riprendere video da mettere su Facebook e su YouTube. Quando la scorsa settimana ho preparato una colazione particolarmente appetitosa, ho messo la foto su Facebook ancor prima di assaggiarla. «L’occhio da Facebook» in azione.
Susan Sontag ha scritto che «tutto esiste per finire in una fotografia»; oggi potremmo dire che, sempre più, la maggior parte di quel che facciamo esiste per finire su Facebook. Il cane dell’esperienza vissuta viene fatto scodinzolare dalla coda Facebook.
Twitter @nathanjurgenson
Twitter @nathanjurgenson
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Consumidores,
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Social Network,
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jueves, 17 de noviembre de 2011
Subliminal stimuli
contrary to supraliminal stimuli or "above threshold", are any sensory stimuli below an individual's absolute threshold for conscious perception. Visual stimuli may be quickly flashed before an individual may process them, or flashed and then masked, thereby interrupting the processing. Audio stimuli may be played below audible volumes, similarly masked by other stimuli, or recorded backwards in a process called backmasking. Introduced in 1895, the concept became controversial as "subliminal messages" in 1957 when marketing practitioners claimed its potential use in persuasion. The near-consensus among research psychologists is that subliminal messages do not produce a powerful, enduring effect on behavior;[1] and that laboratory research reveals little effect beyond a subtle, fleeting effect on thinking. Apart from their controversial use in marketing and media psychology, subliminal stimuli are employed in scientific research on perception without awareness, or unconscious perception.
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No convetional marketing,
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jueves, 27 de octubre de 2011
made to stick: six principle
- Simple. An idea has to be simple if it’s going to stick. People have to be able to understand it, focus on it, and relate it to things they already know. Simple ideas are short and sweet; they get past the confusion and right to the core of what you’re saying. Sell it in a sentence.
- Unexpected. An idea with an unexpected twist is extremely powerful. It stops people in their tracks and it’s the secret behind great comedy (the unexpected punchline) and thrilling never-saw-it-coming endings in movies like The Sixth Sense. Keep everyone on their feet and give them something they’d never expect.
- Concrete. Relating your ideas to “real world” things makes them just as real. It makes them concrete. If you can take people to a place or show them an object, you can make the idea that much more real. You can also paint a mental picture that relates your idea to something visual. Or a smell, a taste. A place they’ve been or a common childhood experience that most people have gone through.
- Credible. Albert Einstein once said … well, Einstein could pretty much have said anything and it’d be credible. Because he could prove it. Prove your ideas; cite expert testimony, show the figures and statistics. And best of all, demonstrate it; if you can provide indisputable real-world proof your idea is real, it’ll stick.
- Emotional. If you can make people care about it, they’ll get it. Emotions are all about change. And if you can inspire and motivate, create a call to “right a wrong”; if you can compel people to take action to make change, your ideas will stick.
- Stories. Since the beginning of human history, stories have been our most powerful vessels for knowledge. Stories paint the whole picture; heroes, villains, triumphs and tragedies. Stories combine the simple, the unexpected, the concrete, the credible and the emotional. Turn your ideas into stories and they’ll not only stick. They just might become legendary.
jueves, 25 de agosto de 2011
La identidad, las personas y las marcas (Extractos del libro “Identidad” de Zygmunt Bauman, pensamientos de Marco Zuin)
Uno se conciencia de que la “pertenencia” o la “identidad” no están talladas en la roca, de que no están protegidas con garantía de por vida, de que no son eminentemente negociables y revocables. (pág. 32)
El ser humano, hoy en día, tiene un grado de libertad muy grande para tomar las decisiones: elegir donde vivir, donde trabajar, cual va a ser su pareja, sus amigos, sus marcas favoritas, etc. El conjunto de estas decisiones construyen parte de la identidad de las personas. Todas estas elecciones no son para siempre, se pueden cambiar y modificar en cualquier momento, sin necesitar el permiso de nadie, y tampoco de la sociedad que nos rodea. Esta libertad se ha dado, en parte con naturalidad, con el pasar de las épocas y, en parte, el ser humano ha luchado por ella. Este poder de decisión, casi absoluto, es un logro muy grande por parte de la humanidad, pero al mismo tiempo tiene un efecto secundario a los cuales, tal vez, no estábamos tan preparados: lo que podríamos llamar la “eterna ansiedad”.
Usted prueba una identidad cada vez, pero muchas otras esperan a la vuelta de la esquina para que las adquiera. Y usted puede inventar y codiciar a lo largo de su vida muchas mas identidades jamás soñadas. Nunca sabrá con seguridad si la identidad de la que actualmente hace gala es la mejor que puede obtener y la mas susceptible de proporcionarle la mayor satisfacción. (pág. 179)
Estamos expuestos a estímulos continuos, sabemos que hay otras identidades afuera que todavía no hemos probado. No podemos cerrar los ojos y dejar de mirarlas, no podemos parar. Quedamos en la ansiedad de si estamos en lo correcto, de qué pasaría si cambiáramos las cosas, que lograríamos si tomásemos otras decisiones.
Pocos de nosotros estamos expuestos a una sola “comunidad de ideas y principios”, así que la mayoría tenemos problemas parecidos con la cuestión de coherencia de lo que nos distingue como personas. (pág. 34)
Aquí las identidades flotan en el aire, algunas elegidas por uno pero otras infladas y lanzadas por quienes nos rodean. (pág. 35)
No hace falta que se presenten puntos de inflexión en nuestras vidas para que tengamos que volver a definir nuestra identidad, todo el tiempo estamos expuestos y obligados a confirmar o replantear nuestras decisiones. Esto nos genera ansiedad, nos da inseguridad, nos hace más frágiles. De alguna forma estamos autorizados, implícitamente, a la incoherencia, pero esto nos desestabiliza.
Las personas, los consumidores buscan identificarse con las marcas (de ciertos tipos de productos según el consumidor y las posibilidades económicas) que tengan su propia identidad formada, definida, reconocida socialmente, que les den ese marco de seguridad que están buscando aunque sea por algunas horas, días o tal vez meses…
“identidad” se nos revela solo como algo que hay que inventar en lugar de descubrir; como el blanco de un esfuerzo, un objetivo, como algo que hay que construir desde cero o elegir de ofertas de alternativas y luego luchar por ellas para protegerlas después con una lucha aun mas encarnizada. (pág. 40)
Como decíamos antes, las personas van definiendo sus identidades también a través de las marcas, cada decisión de compra, cada elección representa parte de esta construcción, con lo cual las marcas asumen un rol social. Hoy en día, no solo las personas tienen que enfrentar este problema de definición de identidad, sino que también las marcas tienen que dedicar su atención y esfuerzo a esta tarea.
Antes el consumo se hacía solamente por necesidad y se elegían los productos por sus características, la marca era un atributo secundario.
Ahora las personas eligen los productos en base a las marcas, compran los productos no solo por necesidad sino también para definir su propia identidad, por hacer parte de una comunidad. Esta comunidad se construye desde la marca o a veces los usuarios construyen una comunidad usando como medio la marca. Por ejemplo, en Córdoba el Fernet Branca es parte de la identidad de los cordobeses, pero no fue brillante decisión de Branca, sino que las personas se apropiaron, sin pedir permiso a nadie, del ritual Fernet (de Branca) + Coca Cola.
Los atributos de los productos, hoy en día, con los avances de la tecnología y la globalización se han vueltos ventajas de muy corto plazo, replicable por los competidores.
Hoy lo que diferencia un producto es una marca y su identidad construida socialmente.
Pero ¿como crear la identidad de una marca? ¿Quien está a cargo? ¿La identidad de una marca debería ser de por vida? ¿Hay que apoyarse en atributos de sus productos o valores abstractos que hagan que los consumidores se identifiquen con ellas?
Todas estas preguntas, entre muchas otras, son las preguntas que se debería hacer un gerente de Marketing antes de pensar cualquier campaña en televisión o en redes sociales.
También las empresas, hoy, viven la misma sensación de ansiedad por definir su propia identidad.
La introspección es un acto que está desapareciendo. Enfrentándose a momentos de soledad en sus coches, en la calle o en las cajas de los supermercados, cada vez hay mas gente que no recupera el dominio de si mismo, sino que escudriña en los mensajes de sus teléfonos móviles en busca de las mas mínima evidencia de que alguien, en alguna parte, puede necesitarles o quererles. (pág. 60) Encendiendo el móvil, apagando la calle. (pág. 63)
Acá es donde las marcas tienen un espacio para explorar en la vida de los consumidores, las marcas que logren ocupar estos “vacíos”, que logren entender su ansiedad y la codicia en la conquista y necesidad de apropiación de las identidades, tendrán mejor llegada al éxito.
Cuando usted se compromete, por muy a medias tintas que sea, recuerde que es probable que esté cerrando la puerta a otras posibilidades románticas que pueden colmarle mas y ser mas satisfactorias. Las promesas de compromiso no tienen sentido a largo plazo…Como otras inversiones están sujetas a altibajos.
La tarea de una marca de conquistar un cliente y hacer de que se comprometa con ella, es siempre mas difícil y es un trabajo que nunca termina, además no hay manual de instrucciones. Hay pocas marcas que logran que sus clientes se comprometan con ellas y se vuelvan embajadores, una de ellas es Apple. Los “Apple users”, saben que no están cerrando ninguna otra puerta que podría llegar a ser más satisfactoria y si alguien les muestra que si, que hay alternativas mejores, es probable que las rechacen. La marca Apple ha logrado ser parte de la identidad de las personas, los usuarios se identifican como “Apple users” y nada más. Muy buen trabajo Steve Jobs.
El trabajo de un constructor de identidad es hacer bricolaje inventando todo tipo de cosas a partir del material que se tiene a mano. Claude Levi-Strauss (pág. 107)
A veces no es la marca sola que construye su propia identidad, sino que deja a sus consumidores la definición de ella. En este caso “el material que se tiene a mano” es la forma de consumo y de relacionarse de los clientes con la marca.
En esta postmodernidad, definir la identidad de una marca de forma unívoca (sin consultar a los consumidores) es un riesgo muy grande, no se puede encajar al mercado un producto donde ya está todo resuelto, hay que dar a los consumidores la chance de adaptar la marca y sus productos a sus exigencias, sus culturas y las tendencias, hay que saber escuchar. Al mismo tiempo, hay que tener mucho cuidado en dejar la marca en manos de los consumidores, dejándoles así la libertad de definirle la identidad, siempre hay que estar presente y guiar a la interpretación de la identidad para que no dañe la construcción previa o los principios que sustentan la marca o el grupo al cual pertenece.
El comienzo de una relación requiere el consentimiento de dos y para acabar con ella basta con la decisión de uno solo de sus miembros, toda relación de pareja está condenada a ser blanco constante de la ansiedad. (pág. 140)
La relación entre una marca y sus consumidores, muchas veces, se puede comparar con las relaciones entre seres humanos: las marcas eligen sus consumidores y ellos aceptan “meterse en esta relación”. A diferencia de las relaciones humanas, las únicas que son blanco constante de ansiedad por la decisión de acabar con la relación son las marcas: los consumidores en cualquier momento están en su derecho de cambiarse a otra. Pocas marcas pueden permitirse hacer lo mismo con sus consumidores. Por esta razón es que, como decíamos anteriormente, las marcas tienen que cuidar sus relaciones y saber escuchar.
En nuestro mundo fluido, comprometerse con una sola identidad para toda la vida, o incluso menos que para toda una vida, aunque sea por un largo tiempo aun por venir, es arriesgado. Las identidades están para vestirlas y mostrarlas, no para quedarse con ellas y guardarlas. (pág. 188)
Una vez que la marca haya definido su identidad, ¿qué es lo que tendría que hacer sabiendo que sus consumidores, en algún momento, tarde o temprano, no estarán más alineado con esta definición de identidad? ¿Deberían cambiar ellos también o quedarse con las personas que siguen con los mismos principios, que siguen apoyando esta construcción? ¿O tal vez deberían ir modificando su propia identidad en paralelo a sus consumidores actuales?
Uno tiende a reparar en las cosas y someterlas a la contemplación y a un cuidadoso examen solo cuando se desvanecen, se van al traste o comienzan a comportarse de manera extraña o, si no, cuando le decepcionan a uno. (pág. 43)
Las marcas hoy en día, tienen que cambiar las prioridades de sus agendas, tienen que tener bien definida su estrategia de construcción de identidad. No pueden esperar a que los consumidores se alejen de ellas porque simplemente se ha abierto una puerta que da, aparentemente, mayor satisfacción. Tienen que someter y contemplar cuidadosamente la identidad de la marca AHORA.
lunes, 22 de agosto de 2011
Canal + The March of the Emperor (Marcha de los Pinguinos)
La immaginazione del story telling non sempre coincide con quello che uno realmente vuole trasmettere!
viernes, 24 de junio de 2011
sábado, 18 de junio de 2011
lunes, 30 de agosto de 2010
martes, 10 de agosto de 2010
la revolcion horizontal, Gonzalo Alonso-Alberto Arebalos
Internet permite estar presente en todas partes al mismo tiempo, ubicuidad.
A los peer, le gustan las historia, ya no le importa tanto la marca, si no lo que ella dice.
La marca es lo que los clientes, proveedores, los accionistas y los directivos dicen de ella.
Hay que generar un lugar donde se puedan compartir emociones, y para que la historia sea narrada por los peers, tienen que haber elementos caóticos, disruptivos e inclusivos.
Es inútil segmentar demasiado al público (target), porque la gente hace de todo, todo el tiempo. Estamos frente la generación de la información y frente el comportamiento de consumidores, que ya no están estereotipados ni racionales. Los consumidores están always on y sus intereses son variados.
El consumidor 2.0 es una persona bien informada, que se aburre rápidamente, es bastante inmune a la publicidad obvia, busca información innovadora y experiencias diferentes. Funcionan como nodos del ecosistema de internet, donde comparten sus recursos y son iguales, descentralizados y a veces anónimos.
Los peer interactúa en un espacio integrado por plataformas que fomentan la interactividad, la libertad de expresión y la creación de comunidades.
Behavioral targeting: técnica de segmentaciones base al comportamiento o navegación de los usuarios.
5P: el usuario es el que brinda una diferencia cualitativa: lo que comunica la marca, lo dice por medio del peer.
Transparencia: el mundo online posee modalidades, herramientas y alcances mucho más poderosos que el mundo offline, la sincronización de ambos depende fuertemente de la credibilidad que tenga.
A los peer, le gustan las historia, ya no le importa tanto la marca, si no lo que ella dice.
La marca es lo que los clientes, proveedores, los accionistas y los directivos dicen de ella.
Hay que generar un lugar donde se puedan compartir emociones, y para que la historia sea narrada por los peers, tienen que haber elementos caóticos, disruptivos e inclusivos.
Es inútil segmentar demasiado al público (target), porque la gente hace de todo, todo el tiempo. Estamos frente la generación de la información y frente el comportamiento de consumidores, que ya no están estereotipados ni racionales. Los consumidores están always on y sus intereses son variados.
El consumidor 2.0 es una persona bien informada, que se aburre rápidamente, es bastante inmune a la publicidad obvia, busca información innovadora y experiencias diferentes. Funcionan como nodos del ecosistema de internet, donde comparten sus recursos y son iguales, descentralizados y a veces anónimos.
Los peer interactúa en un espacio integrado por plataformas que fomentan la interactividad, la libertad de expresión y la creación de comunidades.
Behavioral targeting: técnica de segmentaciones base al comportamiento o navegación de los usuarios.
5P: el usuario es el que brinda una diferencia cualitativa: lo que comunica la marca, lo dice por medio del peer.
Transparencia: el mundo online posee modalidades, herramientas y alcances mucho más poderosos que el mundo offline, la sincronización de ambos depende fuertemente de la credibilidad que tenga.
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