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miércoles, 8 de febrero de 2012

Secret to Success by Eric Thomas

miércoles, 18 de enero de 2012

Facebook, dunque sono

Facebook, dunque sono

Nel 1901 Émile Zola pronunciò la famosa frase: «Secondo me non si può dire di aver veramente visto una cosa finché non la si è fotografata». Oggi circola una battuta analoga: «Se la cosa non è stata pubblicata su Facebook, non è avvenuta». Chi utilizza Facebook, ha molti «amici» sul social network e vi accede parecchie volte al giorno, tende a percepire il mondo inmodo diverso. Siamo sempre più attenti all’impressione che darà di noi una foto su Facebook, all’aggiornamento del nostro profilo o a collegarci.
Mentre scrivo questo articolo in un caffè americano, posso accedere a Foursquare — il social network che permette di condividere la propria posizione geografica —, riportare su Twitter una battuta spiritosa sentita al tavolo accanto e scattare un’interessante fotografia della perfetta schiuma che aleggia sulla superficie del mio cappuccino. È facile: con il mio telefono posso fare in pochi minuti tutto questo e molto altro. E, soprattutto, le mie iniziative avranno un pubblico. Centinaia delle persone a cui sono più vicino le vedranno e qualcuno risponderà con commenti e con un «mi piace».
Mi sono abituato così a vedere il mondo in termini di quello che posso pubblicare (o non pubblicare) in Internet. Ho imparato a vivere e a presentare una vita che possa piacere. Molti hanno criticato Facebook perché trasforma la bellezza non quantificabile dell’esperienza umana in qualcosa che si possa inserire in un database, o perché abusa di quel database per procurarsi profitti favolosi. Sono critiche valide, ma la mia preoccupazione è che il vero potere dei social media sia quello di insinuarsi dentro di noi, cambiando il modo in cui la nostra coscienza percepisce il mondo, anche quando siamo disconnessi.
La fotografia di cui parlava Zola è stata inventata circa 150 anni fa e le nuove possibilità che ha aperto hanno fatto scalpore ovunque: potevamo documentare in modo nuovo noi stessi e il nostro mondo conmaggior dettaglio e in forma assai più duratura. Oggi i social media forniscono anch’essi un sistema nuovo, di ambito più largamente sociale, di documentare noi stessi, la vita e ilmondo. Mai prima d’ora era stato possibile registrare e mostrare a tutti i nostri amici un flusso di foto, pensieri e opinioni con questa intensità e facilità. Il potere di trasformazione dei social media è sicuramente di portata e significato simile all’invenzione della fotografia.
Il fotografo sa bene che dopo aver fatto molti scatti acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare con la logica della macchina fotografica, in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata dimano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico.
Oggi c’è il pericolo di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?
Pensate a una volta in cui avete fatto un viaggio con una macchina fotografica in mano e poi a un’altra in cui non l’avevate. L’esperienza è leggermente diversa. Abbiamo un rapporto diverso con la realtà quando non dobbiamo curarci di documentarla.
Oggi i social media ci mettono nella condizione di essere sempre in viaggio con la macchina fotografica in mano (metaforicamente e spesso letteralmente), di essere sempre in grado di documentare. Ultimamente, assistendo a spettacoli di musica dal vivo, ho notato che sempre più spesso la gente si distrae dallo spettacolo perché vuole scattare foto e riprendere video da mettere su Facebook e su YouTube. Quando la scorsa settimana ho preparato una colazione particolarmente appetitosa, ho messo la foto su Facebook ancor prima di assaggiarla. «L’occhio da Facebook» in azione.
Susan Sontag ha scritto che «tutto esiste per finire in una fotografia»; oggi potremmo dire che, sempre più, la maggior parte di quel che facciamo esiste per finire su Facebook. Il cane dell’esperienza vissuta viene fatto scodinzolare dalla coda Facebook.
Twitter @nathanjurgenson

jueves, 17 de noviembre de 2011

Subliminal stimuli

contrary to supraliminal stimuli or "above threshold", are any sensory stimuli below an individual's absolute threshold for conscious perception. Visual stimuli may be quickly flashed before an individual may process them, or flashed and then masked, thereby interrupting the processing. Audio stimuli may be played below audible volumes, similarly masked by other stimuli, or recorded backwards in a process called backmasking. Introduced in 1895, the concept became controversial as "subliminal messages" in 1957 when marketing practitioners claimed its potential use in persuasion. The near-consensus among research psychologists is that subliminal messages do not produce a powerful, enduring effect on behavior;[1] and that laboratory research reveals little effect beyond a subtle, fleeting effect on thinking. Apart from their controversial use in marketing and media psychology, subliminal stimuli are employed in scientific research on perception without awareness, or unconscious perception.

jueves, 27 de octubre de 2011

made to stick: six principle

  1. Simple. An idea has to be simple if it’s going to stick. People have to be able to understand it, focus on it, and relate it to things they already know. Simple ideas are short and sweet; they get past the confusion and right to the core of what you’re saying. Sell it in a sentence.
  2. Unexpected. An idea with an unexpected twist is extremely powerful. It stops people in their tracks and it’s the secret behind great comedy (the unexpected punchline) and thrilling never-saw-it-coming endings in movies like The Sixth Sense. Keep everyone on their feet and give them something they’d never expect.
  3. Concrete. Relating your ideas to “real world” things makes them just as real. It makes them concrete. If you can take people to a place or show them an object, you can make the idea that much more real. You can also paint a mental picture that relates your idea to something visual. Or a smell, a taste. A place they’ve been or a common childhood experience that most people have gone through.
  4. Credible. Albert Einstein once said … well, Einstein could pretty much have said anything and it’d be credible. Because he could prove it. Prove your ideas; cite expert testimony, show the figures and statistics. And best of all, demonstrate it; if you can provide indisputable real-world proof your idea is real, it’ll stick.
  5. Emotional. If you can make people care about it, they’ll get it. Emotions are all about change. And if you can inspire and motivate, create a call to “right a wrong”; if you can compel people to take action to make change, your ideas will stick.
  6. Stories. Since the beginning of human history, stories have been our most powerful vessels for knowledge. Stories paint the whole picture; heroes, villains, triumphs and tragedies. Stories combine the simple, the unexpected, the concrete, the credible and the emotional. Turn your ideas into stories and they’ll not only stick. They just might become legendary.